CINEMA & FORMAZIONE
IL DOCUMENTARIO NARRATIVO di Lorenzo Hendel

Lorenzo Hendel
Il documentario narrativo  Come inventare una storia vera
Manuali 253 | maggio 2021 | prezzo: 19 euro | pagine 160 | ISBN: 9788875274870

 

Si può inventare una storia vera? È questa la sfida del documentario narrativo, quel film che documenta la realtà coinvolgendo lo spettatore in un racconto. Per vincere la sfida il film focalizza l’attenzione sulla vicenda vissuta da uno o più personaggi, e segue l’evoluzione della loro storia. Ma basta questo per mettere la vita in forma di racconto? È sufficiente accumulare ore e ore di girato per restituire la verità umana di una persona? E come fare a rendere queste esperienze emozionanti non solo per chi le vive ma anche per chi vorrà guardarle? Come “far uscire” le storie dalla vita?

Il documentario narrativo risponde a queste e alle altre domande che si pone chi vuole fare cinema della realtà. E lo fa per mezzo di un percorso metodologico e didattico, attraversando casi diversi, sondando come i principi della drammaturgia di finzione possano essere applicati al documentario. Una cassetta degli attrezzi obbligatoria per chi vuole praticare l’arte del documentario oggi, indispensabile per gli studenti di cinema, dedicata a tutti quelli che vogliono imparare a gestire il delicato rapporto tra mimesi e mondo reale.

 

LORENZO HENDEL documentarista, è stato responsabile editoriale di Doc3 – lo storico spazio di Rai Tre dedicato al documentario. Svolge attività di docente di documentario in Italia e all’estero e dal 2016 insegna Cinema documentario presso l’Accademia di Belle Arti di Sassari. Ha pubblicato Drammaturgia del cinema documentario (Dino Audino editore, 2014).

 

 

 

Se una storia è vera, perché dovrebbe essere necessario inventarla? Il nuovo libro di Lorenzo Hendel (Il Documentario Narrativo. Come inventare una storia vera, edizioni Dino Audino, Roma, 2021) si muove tutto sul filo di questo paradosso, e cerca di mettere dei paletti in quel territorio di confine, ormai soggetto a continue scorribande e sovrapposizioni, che separa il cinema di finzione dal cinema documentario. Certo nessuno può pensare oggi di innalzare vecchi steccati, tornando a rigide e schematiche divisioni. Il documentario didascalico, quello rigidamente tematico e informativo, è ormai tramontato da un pezzo, lasciando il passo a nuove forme ibride dove narrazione, drammaturgia e rispetto rigoroso della realtà e dei personaggi che la abitano coesistono e creano interessanti sinergie. Eppure, questa contaminazione non può avvenire in modo selvaggio e indiscriminato.

La mancanza di una metodologia, che consenta di combinare il rispetto della realtà e il fascino della narrazione, porta oggi spesso a due ordini di depistaggi.

Da una parte c’è il pericolo che le storie tratte dalla realtà siano presentate, ossia riprese e montate, senza una una visione drammaturgica, ossia soltanto assemblando eventi che non sono connessi da un arco narrativo e da una tensione emozionale, generando quindi una sequenza di scene anonime puramente descrittive. Massimo rispetto della realtà quindi, ma assenza di una forma capace di dare loro fascino ed emozione.

Dall’altra parte, la scelta opposta, che viene praticata con eccessiva disinvoltura da molti documentaristi narrativi: costruire una sorta di sceneggiatura elaborata a tavolino, magari sulla base di eventi reali accaduti in precedenza, o che potrebbero avvenire, ma totalmente o in gran parte ricostruita con la logica di un set di finzione. Grande tensione narrativa, ma con personaggi che recitano magari se stessi, come fossero attori.

Un esempio di questa seconda “deviazione” è un film che purtroppo ha proprio vinto l’Oscar del miglior documentario, “My Octopus Teacher” (titolo italiano “Il mio amico in fondo al mare). Film straordinaramente efficace ed emozionante, però dove, ad una analisi appena un po’ approfondita, rivela il suo carattere assolutamente finzionale, frutto di quasi dieci anni di ricostruzione di una “storia d’amore” tra un diver e una piovra, ma dove il tempo della produzione è dieci volte più esteso dell’arco narrativo della storia, e le piovre usate e riprese sono sicuramente numerose)

Ecco quindi illustrato il paradosso del libro di Lorenzo Hendel, “come inventare una storia vera” vuol dire come rispettare la realtà della storia e dei personaggi, ma al tempo stesso attribuendo ad essa una forma narrativa, che esiste nella realtà ma deve essere intercettata ed elaborata.

Una metafora che viene spesso citata nel libro è quella dei “diamanti grezzi”: un diamante grezzo non ha alcun fascino, è una pietra appena un po’ traslucida come tante altre, ma elaborandolo diventa poi il più preziozo e scintillante dei gioielli, grazie a una forma che esisteva potenzialmente in esso, ma andava portata alla luce. Questo in sintesi il compito del documentarista narrativo, elaborare la storia e portarla dalla forma “grezza” alla forma “elaborata”, attribuendole quella forma che essa possiede in potenza, ma non è immediatamente visibile.

Al di là della suggestiva metafora, Hendel conduce una analisi approfondita sulle metodologie necessarie per portare avanti questa “riscrittura” della realtà, attraverso quelle che nellibro vengono chiamate “visite guidate” a 24 diversi documentari, realizzati o in via di realizzazione, o anche mai terminati, dove il punto critico è sempre l’attribuzione di una drammaturgia alla storia vera che si vuole raccontare.

Come nel libro precedente di Hendel (Drammaturgia del Cinema Documentario, Edizione Dino Audino, Roma, 2014) anche in questo testo quindi la riflessione non avviene per categorie astrattamente metodologiche, ma attraverso l’esplorazione di esperienze produttive a cui quasi sempre l’autore ha preso parte direttamente, condividendone le sperimentazioni, le incertezze, e spesso il rischio di percorsi produttivi nuovi ed originali.

 

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